Tra la spuma del tirreno Al-Aziz, un fiore splendente: Palermo.

Era un venerdi il 7 di aprile del 1787 quando il poeta Johann Wolfgang von Goethe sbarcato da poche ore a Palermo racconta: «Non saprei descrivere con parole la luminosità vaporosa che fluttuava intorno alle coste quando arrivammo a Palermo… La purezza dei contorni, la soavità dell’insieme…l’armonia del cielo, del mare, della terra… chi li ha visti una volta non li dimentica per tutta la vita».

A Palermo, il poeta aveva trovato residenza in un’ala di palazzo Butera. Nelle sue parole non mancano cenni alla tavola, alle architetture e ai decori che lo hanno accolto nella sua primavera in città.

Si sprecò nel descrivere gli stemmi delle famiglie nobili, le esedre, la vegetazione rigogliosa e in fiore e il tortuoso fiume Oreto che solca la città.

Non mancano, naturalmente, le descrizioni del mito del Genio di Palermo e di Santa Rosalia.

Cosi racconta la Sicilia vista dai suoi occhi. «Non è possibile formarsi un’idea giusta dell’Italia senza aver visto la Sicilia: qui sta la chiave di tutto», scriveva ancora, dopo aver visitato anche il Tempio di Segesta, Castelvetrano, i templi di Agrigento, Taormina e una Messina devastata dal terremoto del 1783.

Da quest’ultima siamo partiti con il nostro tour immaginario e concludiamo a Palermo, che prima ancora di essere ristoro e paradiso per Goethe è stata più di mille anni prima città di miti punici, greco-romani e settecenteschi.

Il primo nucleo abitativo di Palermo fondato dai fenici, sorgeva tra due corsi d’acqua (il Kemonia e il Papireto) ed era delimitato dall’odierno Palazzo dei Normanni e dalla Cattedrale, fu chiamato Zyz, che significa “fiore”. Qui i Fenici vi stabilirono un emporio commerciale sul finire dell’VIII secolo a.C.

Solo con l’arrivo dei Greci, la città fu ribattezzata Panormos che significa “tutto porto”, grazie alla vastità e sicurezza del suo specchio d’acqua.

Poco più tardi l’arteria viaria principale dell’antico abitato (conosciuto come il Cassaro), corrisponde all’attuale Corso Vittorio Emanuele, la cui direttrice ricalca quasi perfettamente l’originale via punica.

Sempre in epoca punica l’espansione della città diede vita a un importante circuito difensivo.

I resti di queste antiche fortificazioni si possono osservare ancora oggi nei sotterranei di Piazza Bellini, sotto la chiesa di San Cataldo, o all’interno del Palazzo dei Normanni.

Ma le origini di Palermo si intrecciano tra la fondazione fenicia e le leggende mitologiche dei Giganti.

Le interpretazioni sulla sua origine si dividono in tre filoni:

-il mito del Genius Loci (di nome Palermo), spirito protettore di origine pre-romana o romana e indipendente della città è una sorta di “dio della felicità”, che incarna l’identità del popolo palermitano, affiancandosi al culto religioso di Santa Rosalia.

L’iconografia lo rappresenta come un uomo maturo, barbuto e incoronato (simbolo di saggezza e regalità), con un serpente che si nutre al suo petto (simbolo del popolo, di rinascita e scaltrezza).

A volte è accompagnato da un cane (simbolo di fedeltà) e da un’aquila (simbolo di fierezza);

-il mito di Cronos: dio del tempo e dell’agricoltura considerato il fondatore della città, la quale «Suos devorat, alienos nutrit» (divora i suoi figli e nutre gli stranieri);

-il mito popolare, che invece, attribuisce la fondazione di Palermo a una stirpe di Giganti reduci da antiche guerre.

Questo mito nacque e si alimentò a causa del ritrovamento nelle grotte della Conca d’Oro di enormi fossili preistorici di ippopotami, cervi ed elefanti nani, scambiati inizialmente per quelli dei Ciclopi.

Vi è poi una leggenda di origine araba, che narra della Zisa e dei Diavoli.

Il Castello della Zisa di Palermo (il cui nome deriva dall’arabo Al-Aziza, “la splendida”) fu edificato nel XII secolo come residenza estiva dei re Guglielmo I e Guglielmo II.

La tradizione popolare, invece, lega il palazzo a una leggenda romantica e oscura: due giovani amanti Azel Comel e El-Aziz fuggirono a Palermo per coronare il loro amore ostacolato nella loro patria.

Dopo aver costruito il castello, morirono di dolore a breve distanza l’uno dall’altro.

Prima di morire, protessero il loro immenso tesoro monetario con un incantesimo, affidandolo ai c.d. “diavoli” della Zisa. Questi custodi sono raffigurati in un affresco sull’arco d’ingresso alla Sala della Fontana. Secondo il racconto il 25 marzo (giorno dell’Annunziata) i diavoli se fissati troppo a lungo si mescolano tra loro e la loro fuga dal castello genera un forte vento in città.

L’ultima è una leggenda dark che riguarda il Fantasma della Vecchia dell’Aceto: la storia, risalente al 1700, unisce un fatto di cronaca nera realmente accaduto alla leggenda spettrale di Giovanna Bonanno; mendicante palermitana considerata una delle prime serial killer della storia.

Dietro compenso forniva alle mogli una pozione letale a base di aceto e arsenico da somministrare ai mariti. Scoperta, fu processata e impiccata il 30 luglio del 1789 ai quattro canti.

Si narra che il suo spettro irrequieto si aggiri ancora oggi di notte all’interno dello storico quartiere dell’Albergheria, infestando le strade per tormentare i discendenti di coloro che la tradirono e che contribuirono alla sua condanna a morte….

Con la fine di quella che è considerata una delle prime serial killer della storia, si conclude il primo capitolo del nostro tour palermitano.

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